“Gli angeli dello sterminio”: solo di frammenti si tratta
Sinossi
Quando, nel 1992, Testori pubblica Gli Angeli dello sterminio, suo romanzo estremo, dell’invenzione linguistica del precedente In exitu (1988) sembra non essere rimasto più nulla. Il costante rifiuto testoriano di ogni predeterminazione stilistica divarica gli assetti narrativi di due vicende di rovina: la prima è però individuale, la seconda è il frammentato resoconto della rovina della Milano dei primissimi anni Novanta. Testori torna alla prosa per raccontare la città, ma abbandona l’esasperato espressionismo linguistico di In exitu, fatto di una mescolanza di italiano, latino, francese, dialetti e dei loro frammenti. La campitura linguistica del romanzo estremo è un italiano del quale non si lascia intoccato nessuno dei registri: dal più alto al più basso e violento, dove la colloquialità esonda nel turpiloquio. Gli Angeli dello sterminio appaiono inoltre percorsi da una sorta di costrizione a ripetere tanto intratestuale quanto intertestuale, eco, quest’ultima, di scelte compiute nelle opere precedenti e apparentemente abbandonate. E lo sfruttamento della ripetizione, che non si limita al ricorrere di alcune figure retoriche ma coinvolge aspetti testuali e il ripetersi di alcune immagini, sembra la garanzia, per il testo frantumato, della leggibilità.
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